Il 16 ottobre 1986 varcai per la prima volta la soglia dello stabilimento di Melano. Ero poco più di un ragazzo, con l'emozione del primo lavoro vero e quell'energia tipica di chi si affaccia per la prima volta sul mondo degli adulti.
La fabbrica mi ha accolto tra le sue braccia come una madre, nel bene e nel male. Ad accogliermi in quel mondo nuovo e rumoroso trovai lavoratori esperti che mi presero per mano quasi con affetto paterno, trasmettendomi con pazienza, generosità e amore i segreti del mestiere. Oggi, a distanza di quattro decenni, mi rivedo nitidamente nel ricordo dei loro volti, delle loro mani segnate dal lavoro e dei loro sguardi rassicuranti.
Oggi, 16 ottobre 2026, compio esattamente quarant’anni di lavoro nello stesso stabilimento.
Dal 1969, data di inizio della sua costruzione, Melano è stato ingrandito, ha cambiato nomi, proprietari e passaporto, ma non la sua missione: produrre elettrodomestici. Perché i padroni cambiano, ma la geografia no.
Quattro decenni sono un’intera vita lavorativa. Li ho visti passare tutti da lì dentro, vedendo cambiare il marchio sulle tabelle e sulle tute da lavoro: da Merloni Elettrodomestici a Indesit Company, poi Whirlpool, fino all'attuale Beko. I marchi sono cambiati, la globalizzazione ha ridisegnato assetti e proprietà, ma la fatica, la professionalità e l'orgoglio delle donne e degli uomini di fabbrica sono rimasti sempre gli stessi.
L'era d'oro dei fuoriclasse: il "Dream Team del Bianco"
Ho avuto il privilegio di vivere da dentro l'epopea straordinaria dell'industria fabrianese. Agli inizi era persino difficile trovare qualcuno fuori regione che sapesse in quale provincia sorgesse Fabriano.
Erano i tempi in cui Fabriano, con i suoi trentamila abitanti, era abituata a giocare da fuoriclasse, che si parlasse di carta, cappe, elettrodomestici, prodotti tipici o basket. Era abituata a confrontarsi da pari a pari con i grandi player internazionali nel business come nello sport, nonostante le dimensioni di una piccola città. Questo territorio adagiato tra le dolci colline marchigiane era l'epicentro del più importante distretto industriale marchigiano e di uno dei più importanti d'Italia: il vero epicentro della produzione di elettrodomestici bianchi, una capitale industriale ammirata nel mondo. Cucine, lavatrici, frigoriferi e cappe partivano da qui per conquistare ogni angolo d'Europa.
Eravamo il "Dream Team del Bianco". C’era un senso di appartenenza unico, un fermento che si respirava non solo nei reparti, ma in tutta la città. La fabbrica dava valore al lavoro, e quel lavoro dava linfa vitale a tutto il territorio: negozi sempre pieni, attività commerciali fiorenti, un'economia locale forte e dinamica. Fabriano era il simbolo di un'Italia che produceva, che cresceva e che sapeva innovare.
Un capitolo dell'Antologia di Spoon River
Poi, in un paio di decenni, l'industria dell'elettrodomestico — che a Fabriano era un po' come l'aria da respirare — si è avvitata in una crisi subdola e perversa.
Guardare oggi il panorama industriale e cittadino lascia un senso di profonda amarezza. Negli ultimi anni la parabola ha invertito definitivamente la sua rotta. Camminare oggi per Fabriano e per i suoi dintorni sembra quasi di rileggere l'ultimo capitolo dell'Antologia di Spoon River: una sequenza di storie concluse, un paesaggio segnato da un cimitero di capannoni industriali in disuso, scheletri di un passato glorioso che oggi tacciono.
Insieme ai reparti che si sono svuotati, si sono spente molte delle storiche attività commerciali del centro e dei quartieri, che per decenni avevano rappresentato il fiore all'occhiello dell'economia fabrianese. Una lenta trasformazione che fa male a chi questa terra e queste fabbriche le ha vissute e costruite giorno dopo giorno.
Come una bandiera nel calcio: quarant'anni di orgoglio operaio
Nonostante il declino e le trasformazioni dolorose, resta dentro di me un sentimento incrollabile. Nel calcio moderno esistono i giocatori che cambiano maglia a ogni stagione, ma esistono anche le bandiere: quelle figure che legano la propria intera carriera a un'unica maglia, difendendola nella gioia delle vittorie e nella sofferenza dei momenti difficili.
Io mi sento proprio così. In quarant'anni, mentre attorno cambiavano i presidenti, i marchi e le strategie aziendali, io ho continuato a indossare la stessa maglia, quella dello stabilimento di Melano e della classe operaia fabrianese. Sono sempre stato orgoglioso, lo sono oggi e lo sarò sempre, di aver giocato in questa squadra straordinaria, fatta di donne e uomini eccezionali che hanno dato l'anima su ogni singola linea di produzione.
Quel ragazzo entrato a Melano nell'ottobre del 1986 oggi guarda indietro con profonda gratitudine. L'industria può cambiare padrone, le logiche di mercato possono spostare i baricentri del mondo, ma la storia delle persone, la memoria di chi ci ha insegnato il mestiere e la dignità del lavoro operaio a Fabriano restano scritte in modo indelebile. E io sono fiero di aver scritto una piccola parte di questa grande storia.



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