Testo di Stefano Balestra
Ho avuto l’onore e il privilegio personale di partecipare, nei giorni scorsi a Roma, all’evento voluto dai figli Maria Paola, Antonella e Aristide per ricordare il padre Vittorio nel decennale della sua scomparsa, avvenuta a 83 anni il 18 giugno 2016.
"L’eredità
della sua visione", svoltosi a Roma presso Villa Blanc, sede della Luiss
Business School (la scuola che prese vita proprio sotto la sua presidenza di
Confindustria), è stato un momento di profonda riflessione. Dopo l’introduzione
del padrone di casa Luigi Abete, presidente della scuola nonché amico fraterno
di Vittorio, si sono svolti due momenti di confronto con personaggi illustri
come Luca Cordero di Montezemolo, Romano Prodi, Massimo Ponzellini, Veronica De
Romanis, Francesco Caio, Giuseppe De Rita, Gianluca Gregori e Luisa Todini, per
raccontare l’esperienza di Vittorio Merloni in Confindustria, il suo stile
d’impresa e il profondo legame con il territorio.
Toccante e commosso è stato il racconto del Vittorio industriale di successo e della sua grande empatia, fino ai giorni malinconici e tristi della malattia negli ultimi anni di vita. Ci sono ferite che il tempo non rimargina, ma che si trasformano in memoria attiva. A dieci anni dalla scomparsa, questo evento ha voluto ricordare non solo il "Capitano d’azienda", ma l’uomo che ha saputo incarnare il legame indissolubile tra impresa e territorio. Un ricordo che non appartiene solo alla famiglia, ai figli e ai nipoti: ognuno dei presenti all'evento ha avuto un rapporto con Vittorio e ha condiviso un tratto di strada con lui nell’impresa, nelle istituzioni, nella vita pubblica, nella sfera personale o nell'amicizia. Fosse per una vita intera o per un solo attimo, si è creato un legame che va oltre il tempo, testimoniando valori ancora oggi straordinariamente attuali.
"Uno
di noi": il tributo della sua gente
Ora che sono alle soglie dei quarant'anni di carriera vissuti sempre con la stessa casacca, quella di Melano, la memoria corre a quando l’azienda di Vittorio – l’allora Merloni Elettrodomestici, una realtà ancora pressoché regionale – mi accolse tra le sue braccia, fresco di diploma e di servizio militare.
Sono tanti
gli aneddoti custoditi nella memoria, ma uno su tutti mi è rimasto impresso: i
gesti di affetto di noi lavoratori che vegliavamo sulla camera ardente nello
stabilimento di Albacina, uniti nella consapevolezza che Vittorio Merloni non
fosse un industriale come gli altri. Sulle magliette blu degli operai
campeggiava la scritta: "Uno di noi... ci manchi!". Un
messaggio semplice e potente, che racconta una storia di rispetto reciproco. In
un’epoca di multinazionali distaccate e algoritmi, Merloni ricordava i nomi dei
suoi dipendenti ed entrava nelle fabbriche con la naturalezza di chi sa che il
valore reale di un’azienda risiede nelle persone che la abitano.
Un
visionario tra radici e globalizzazione
Sotto la sua guida, la Indesit Company (nata come Merloni Elettrodomestici) è passata da realtà locale a colosso internazionale, diventando uno dei leader europei del settore. Ma la sua visione non era orientata esclusivamente al fatturato. Come Presidente di Confindustria (1980-1984), Merloni ha navigato gli anni difficili dell’inflazione e delle tensioni sociali con un pragmatismo illuminato.
"L'industria
è un bene sociale", amava ripetere, sottolineando come l'obiettivo del
profitto dovesse sempre camminare di pari passo con lo sviluppo civile e
culturale della comunità.
Il re degli
elettrodomestici aveva contribuito a trasformare una regione prevalentemente
agricola come le Marche in un territorio industriale dinamico. Fabriano era
diventata la capitale del "bianco". La Merloni Elettrodomestici, poi
Indesit, grazie anche all'acquisizione di marchi come Philco, Stinol, Scholtès
e Hotpoint, visse un'evoluzione straordinaria, segnata dalle intuizioni sempre
vincenti di Vittorio. Di fronte alle difficoltà, lui non si era mai arreso:
invece di tagliare, preferiva investire per crescere attraverso le
acquisizioni. Perché al centro del gioco non c'era solo il destino della sua
azienda, ma il microcosmo formato da tutti i dipendenti e dalle loro famiglie.
Era un
mantra mutuato dal padre Aristide, al quale si era sempre ispirata la filosofia
del gruppo: "Non c'è valore nel successo economico se non si accompagna
al progresso sociale". Vittorio Merloni è stato un "capitalista
provinciale" con un grande intuito nell'intercettare i mutamenti, capace
di innovare grazie a un rapporto quasi simbiotico con i consumatori. Ha
rappresentato l'emblema del "quarto capitalismo" tricolore, ovvero
quello delle multinazionali tascabili che per tanti anni hanno sfidato i
mercati internazionali prima che diventassero globali. Un capitalismo dal volto
umano e paternalistico che consentì quella "industrializzazione senza
fratture", come la definì l'economista Giorgio Fuà.
Un
imprenditore "olivettiano", come lo definisce un libro; un visionario
che però ascoltava la società. Un innovatore capace di trasformare i sogni in
realtà, compreso quello di portare Fabriano sul tetto del mondo, traghettando
una città dall'economia mezzadrile e dalla tradizione cartaria a capitale di
uno dei più importanti distretti mondiali degli elettrodomestici bianchi.
L'eredità
oggi
A un decennio dalla sua morte, l'eredità di Vittorio Merloni è più attuale che mai. Mentre il mercato degli elettrodomestici affronta nuove e complesse sfide globali e cambiamenti di proprietà, il "modello Merloni" resta un punto di riferimento etico inscalfibile. La sua capacità di innovare senza mai sradicare l'azienda dalle colline marchigiane rimane l'esempio più fulgido di quello che oggi chiamiamo "capitalismo umanistico".
Fabriano
oggi lo ricorda in silenzio, con la consapevolezza che, sebbene le linee di
produzione possano cambiare, lo spirito di quel "uno di noi" continua
a vivere in chiunque creda ancora nel valore del lavoro fatto con dignità e
passione.










