L’estate è sinonimo di sole, mare, feste in spiaggia e serate con gli amici. Tuttavia, per alcune persone la bella stagione può essere un momento difficile da affrontare, provocando un vuoto emotivo che può far sentire soli e amplificare un senso di vacuità. La solitudine estiva è più comune di quanto si pensi. L’estate è la stagione della libertà, delle vacanze tanto attese e del divertimento, anche se per molte persone, il periodo estivo può diventare un periodo di forte malinconia e senso di solitudine. Sensazione che viene denominata Summer Blues, l’equivalente estivo del Christmas blues, ossia quella malinconia che assale durante le feste. La pressione di dover essere felici, attivi e circondati da amici può far sentire ancora più soli coloro che fanno fatica a inserirsi in contesti relazionali. Ferragosto, la festa regina dell'estate arriva ogni anno con la stessa promessa: giornate di sole, tavolate, vacanze, mare, amici, famiglie riunite e fotografie di sorrisi da condividere. È una festa che sembra dire a tutti: devi essere felice. Ferragosto a tutti i costi insomma...
LA CASA DI STEFANO BALESTRA
L'uomo che sussurrava ai gatti...
venerdì 14 agosto 2026
Ferragosto e solitudine: quando la festa degli altri diventa il silenzio dentro di noi
L’estate è sinonimo di sole, mare, feste in spiaggia e serate con gli amici. Tuttavia, per alcune persone la bella stagione può essere un momento difficile da affrontare, provocando un vuoto emotivo che può far sentire soli e amplificare un senso di vacuità. La solitudine estiva è più comune di quanto si pensi. L’estate è la stagione della libertà, delle vacanze tanto attese e del divertimento, anche se per molte persone, il periodo estivo può diventare un periodo di forte malinconia e senso di solitudine. Sensazione che viene denominata Summer Blues, l’equivalente estivo del Christmas blues, ossia quella malinconia che assale durante le feste. La pressione di dover essere felici, attivi e circondati da amici può far sentire ancora più soli coloro che fanno fatica a inserirsi in contesti relazionali. Ferragosto, la festa regina dell'estate arriva ogni anno con la stessa promessa: giornate di sole, tavolate, vacanze, mare, amici, famiglie riunite e fotografie di sorrisi da condividere. È una festa che sembra dire a tutti: devi essere felice. Ferragosto a tutti i costi insomma...
mercoledì 15 luglio 2026
L’orgoglio di Gubbio non si ferma più: Matteo Passeri confermato in CAN A e B per la diciannovesima stagione
Con 286 presenze in Serie A e una carriera da record, il guardalinee eugubino blinda il suo posto nell’élite del calcio italiano, tra passione di famiglia e il lavoro quotidiano alla Beko di Melano.
C’è una linea di gesso bianco che
attraversa la storia del calcio italiano, e su quella linea, da quasi
vent’anni, corrono i piedi veloci e gli occhi attentissimi di un pezzo di
Gubbio. Arriva un’altra splendida e strameritata soddisfazione per lo sport
eugubino e umbro: i vertici dell’AIA (Associazione Italiana Arbitri) hanno
ufficializzato la conferma di Matteo Passeri nei quadri della CAN A e B
per la stagione sportiva 2026-2027.
Un traguardo straordinario che proietta l’assistente arbitrale della sezione eugubina "Carlo Angeletti" verso la sua diciannovesima stagione consecutiva nella massima divisione. Una longevità atletica e professionale fuori dal comune per un professionista che, svestiti i panni della divisa arbitrale, da anni concilia i rettangoli di gioco più prestigiosi d'Italia con il suo impiego quotidiano allo stabilimento Beko di Melano. Una doppia vita tra la precisione della fabbrica e il millimetrico tempismo del fuorigioco, vissuta sempre con i piedi ben piantati a terra.
Un cammino da record: la
storia della Serie A passa da lui
La stagione appena conclusa ha visto Passeri tagliare il traguardo dei 286 gettoni di presenza in Serie A. Tra i momenti più emozionanti dell'anno spicca senza dubbio la designazione per Inter-Verona (1-1), match iconico che ha fatto da cornice alla premiazione dei milanesi per la conquista del ventunesimo scudetto.
Ma il percorso di Matteo è costellato di date simbolo. Il 13
aprile 2025, sul prato dell'Olimpico Grande Torino, in occasione del sempre
teso "Derby della Mole" tra Torino e Juventus, aveva festeggiato la
sua gara numero 250 in massima serie. Prima ancora, nel gennaio del 2023,
scendendo in campo al "Franchi" per Fiorentina-Monza, Passeri aveva
timbrato il record storico assoluto di presenze in Serie A per un assistente di
linea. Un cammino d'élite impreziosito anche dalla prestigiosa parentesi da
internazionale, vissuta ai massimi livelli europei e mondiali tra il 2014 e il
2021, come le gare di Champions League Liverpool-Bayern Monaco e Manchester
United- Barcellona, senza dimenticare le finali di Coppa Italia, Supercoppa
italiana in Arabia.
Che si tratti di sfide scudetto, "classiche" del
campionato o derby infuocati, il nome di Matteo Passeri è da anni una garanzia
assoluta per i designatori, che lo inseriscono regolarmente nei cartelli delle
partite più complesse e di prima fascia. Ma ci sono anche partite per le
qualificazioni mondiali ed europee, di Nations League. Per leggere la lista ci
vorrebbe una buona mezz’ora o forse più. Ma ci sono anche riconoscimenti
nazionali per la brillante carriera del buon Matteo.
Nel segno di papà Elvio:
una dinastia sulla linea laterale
Dietro alle bandierine alzate in tempo record e alle decisioni cruciali prese davanti a novantamila spettatori c'è una passione viscerale che affonda le radici nella storia della città dei Ceri. Matteo ha infatti seguito, con dedizione e immenso rispetto, le orme dell’indimenticato papà Elvio Passeri, che prima di lui aveva calcato i campi della Serie A come guardalinee, lasciando un ricordo indelebile nel mondo arbitrale e nella comunità eugubina.
Con questa riconferma, la dinastia dei Passeri, l'orgoglio di
Gubbio e l’ammirazione dei suoi colleghi di lavoro continuano a correre sulla
linea laterale del grande calcio. In un calcio sempre più isterico, urlato,
iper-tecnologico e a volte fin troppo polemico, Matteo resta fedele all’essenza
più pura del ruolo: occhi lucidi, passo costante, concentrazione feroce e la
bandierina pronta a sventolare. Il contatore delle presenze è pronto ad
aggiornarsi ancora: la leggenda continua.
I numeri di una carriera
da sogno
DICIANNOVE Le stagioni consecutive in CAN A e B (compresa la prossima 2026-2027), 286 Le presenze complessive accumulate finora in Serie A, SETTE Gli anni passati a sventolare la bandierina sui campi d'Europa e del mondo come Internazionale (2014-2021).
E l’esempio di Matteo e la bontà della scuola di
Gubbio,autentica fucina di eccellenze arbitrali, dà i suoi frutti. Infatti nel
giorno della sua riconferma, c’è stata la promozione nella Can A e B di Matteo
Lauri trentenne talento anche lui di Gubbio. E sicuramente Matteo saprà
dispensare a Lauri i giusti consigli per una carriera di prestigio.
venerdì 26 giugno 2026
Dieci anni senza Vittorio Merloni: il ricordo dell’uomo che rese grandi le Marche e l'Italia
Testo di Stefano Balestra
Ho avuto l’onore e il privilegio personale di partecipare, nei giorni scorsi a Roma, all’evento voluto dai figli Maria Paola, Antonella e Aristide per ricordare il padre Vittorio nel decennale della sua scomparsa, avvenuta a 83 anni il 18 giugno 2016.
"L’eredità
della sua visione", svoltosi a Roma presso Villa Blanc, sede della Luiss
Business School (la scuola che prese vita proprio sotto la sua presidenza di
Confindustria), è stato un momento di profonda riflessione. Dopo l’introduzione
del padrone di casa Luigi Abete, presidente della scuola nonché amico fraterno
di Vittorio, si sono svolti due momenti di confronto con personaggi illustri
come Luca Cordero di Montezemolo, Romano Prodi, Massimo Ponzellini, Veronica De
Romanis, Francesco Caio, Giuseppe De Rita, Gianluca Gregori e Luisa Todini, per
raccontare l’esperienza di Vittorio Merloni in Confindustria, il suo stile
d’impresa e il profondo legame con il territorio.
Toccante e commosso è stato il racconto del Vittorio industriale di successo e della sua grande empatia, fino ai giorni malinconici e tristi della malattia negli ultimi anni di vita. Ci sono ferite che il tempo non rimargina, ma che si trasformano in memoria attiva. A dieci anni dalla scomparsa, questo evento ha voluto ricordare non solo il "Capitano d’azienda", ma l’uomo che ha saputo incarnare il legame indissolubile tra impresa e territorio. Un ricordo che non appartiene solo alla famiglia, ai figli e ai nipoti: ognuno dei presenti all'evento ha avuto un rapporto con Vittorio e ha condiviso un tratto di strada con lui nell’impresa, nelle istituzioni, nella vita pubblica, nella sfera personale o nell'amicizia. Fosse per una vita intera o per un solo attimo, si è creato un legame che va oltre il tempo, testimoniando valori ancora oggi straordinariamente attuali.
"Uno
di noi": il tributo della sua gente
Ora che sono alle soglie dei quarant'anni di carriera vissuti sempre con la stessa casacca, quella di Melano, la memoria corre a quando l’azienda di Vittorio – l’allora Merloni Elettrodomestici, una realtà ancora pressoché regionale – mi accolse tra le sue braccia, fresco di diploma e di servizio militare.
Sono tanti
gli aneddoti custoditi nella memoria, ma uno su tutti mi è rimasto impresso: i
gesti di affetto di noi lavoratori che vegliavamo sulla camera ardente nello
stabilimento di Albacina, uniti nella consapevolezza che Vittorio Merloni non
fosse un industriale come gli altri. Sulle magliette blu degli operai
campeggiava la scritta: "Uno di noi... ci manchi!". Un
messaggio semplice e potente, che racconta una storia di rispetto reciproco. In
un’epoca di multinazionali distaccate e algoritmi, Merloni ricordava i nomi dei
suoi dipendenti ed entrava nelle fabbriche con la naturalezza di chi sa che il
valore reale di un’azienda risiede nelle persone che la abitano.
Un
visionario tra radici e globalizzazione
Sotto la sua guida, la Indesit Company (nata come Merloni Elettrodomestici) è passata da realtà locale a colosso internazionale, diventando uno dei leader europei del settore. Ma la sua visione non era orientata esclusivamente al fatturato. Come Presidente di Confindustria (1980-1984), Merloni ha navigato gli anni difficili dell’inflazione e delle tensioni sociali con un pragmatismo illuminato.
"L'industria
è un bene sociale", amava ripetere, sottolineando come l'obiettivo del
profitto dovesse sempre camminare di pari passo con lo sviluppo civile e
culturale della comunità.
Il re degli
elettrodomestici aveva contribuito a trasformare una regione prevalentemente
agricola come le Marche in un territorio industriale dinamico. Fabriano era
diventata la capitale del "bianco". La Merloni Elettrodomestici, poi
Indesit, grazie anche all'acquisizione di marchi come Philco, Stinol, Scholtès
e Hotpoint, visse un'evoluzione straordinaria, segnata dalle intuizioni sempre
vincenti di Vittorio. Di fronte alle difficoltà, lui non si era mai arreso:
invece di tagliare, preferiva investire per crescere attraverso le
acquisizioni. Perché al centro del gioco non c'era solo il destino della sua
azienda, ma il microcosmo formato da tutti i dipendenti e dalle loro famiglie.
Era un
mantra mutuato dal padre Aristide, al quale si era sempre ispirata la filosofia
del gruppo: "Non c'è valore nel successo economico se non si accompagna
al progresso sociale". Vittorio Merloni è stato un "capitalista
provinciale" con un grande intuito nell'intercettare i mutamenti, capace
di innovare grazie a un rapporto quasi simbiotico con i consumatori. Ha
rappresentato l'emblema del "quarto capitalismo" tricolore, ovvero
quello delle multinazionali tascabili che per tanti anni hanno sfidato i
mercati internazionali prima che diventassero globali. Un capitalismo dal volto
umano e paternalistico che consentì quella "industrializzazione senza
fratture", come la definì l'economista Giorgio Fuà.
Un
imprenditore "olivettiano", come lo definisce un libro; un visionario
che però ascoltava la società. Un innovatore capace di trasformare i sogni in
realtà, compreso quello di portare Fabriano sul tetto del mondo, traghettando
una città dall'economia mezzadrile e dalla tradizione cartaria a capitale di
uno dei più importanti distretti mondiali degli elettrodomestici bianchi.
L'eredità
oggi
A un decennio dalla sua morte, l'eredità di Vittorio Merloni è più attuale che mai. Mentre il mercato degli elettrodomestici affronta nuove e complesse sfide globali e cambiamenti di proprietà, il "modello Merloni" resta un punto di riferimento etico inscalfibile. La sua capacità di innovare senza mai sradicare l'azienda dalle colline marchigiane rimane l'esempio più fulgido di quello che oggi chiamiamo "capitalismo umanistico".
Fabriano
oggi lo ricorda in silenzio, con la consapevolezza che, sebbene le linee di
produzione possano cambiare, lo spirito di quel "uno di noi" continua
a vivere in chiunque creda ancora nel valore del lavoro fatto con dignità e
passione.
sabato 20 giugno 2026
Dalle vignette sul ciclostile alle mostre a New York: Ezio Tambini, il medico con il dono dell'arte
Testo di Stefano Balestra
Negli anni
Settanta lo sport aveva un sapore diverso. Non c'erano le fotocamere digitali,
le riviste patinate o le televisioni a pagamento. Per respirare l’essenza di un
evento sportivo ci si doveva affidare alle radiocronache, alle foto di qualche
appassionato e, se andava bene, a giornalini ciclostilati.
I tifosi del
Fabriano Basket avevano il loro personale "house organ" – come lo
chiameremmo oggi –, un giornalino distribuito la domenica alle partite a in
casa, piaggia D’Olmo, il vecchio palasport. Uno dei grandi protagonisti di
quella avventura editoriale, durata tre stagioni e coincisa con la storica
promozione del Fabriano Basket nel proscenio della Serie A, è stato sicuramente
Ezio Tambini.
Fabriano
Basket Olé: una redazione d'altri tempi
Ezio faceva
parte della redazione di Fabriano Basket Olé, l'organo ufficiale della
squadra nato nell'ottobre del 1976, che proprio quest'anno spegne le 50
candeline. Ezio era il vignettista e caricaturista del giornale: sua era la
firma sulla copertina e sulle illustrazioni interne, pubblicità comprese, un
po’ l’Ezio Prosdocimi di casa nostra.
Di quel
gruppo pionieristico facevano parte anche Fulvio Sonaglia (addetto alle
interviste e fratello del giocatore Leonardo), Tommaso Lucertini e Marcello
Faggioni alle fotografie, e Don Luigi Monti, parroco della Misericordia.
Quest'ultimo era stato ribattezzato affettuosamente "Don
Gestetner", dal nome della macchina per il ciclostile che possedeva e
che usava per stampare le copie. I redattori si ritrovavano poi a casa di
Fulvio per spillare i fogli a mano per venderli a cento lire, come supplemento
de L’Azione, presso la storica edicola Casadio all’inizio del corso
della Repubblica o direttamente alle partite interne dei coniglietti
biancoazzurri. Tra i tanti ricordi piacevoli, lo scambio di visite, nel 1978
con la redazione di una testata sportiva di San Severo, dove giocava Walter
Magnifico e gagliarda rivale del Fabriano Basket.
Ezio Tambini
fu anche l'autore del celebre poster con le caricature dei giocatori in
occasione della prima stagione in Serie A della squadra, targata Honky nel
1979-80. Oggi, a 74 anni ottimamente portati, Tambini guarda a quel passato
con il sorriso di chi ha vissuto due vite: per anni ha indossato il camice
bianco come stimato medico condotto a Sassoferrato, senza mai abbandonare la
sua più grande passione: il disegno e la pittura.
"Il
disegno per me è stato un dono di natura" – racconta Ezio. "Al liceo
facevo le caricature dei compagni mentre venivano interrogati, o dei professori
stessi. Ho sempre avuto la mania della caricatura, da quella scherzosa a quella
più impegnativa. Ho realizzato acquerelli di personaggi importanti e famosi; è
una passione che mi porto dietro da ragazzino".
Quando gli
si chiede quante caricature abbia realizzato nella sua vita, confessa: "Francamente
non me lo ricordo, comunque tantissime. Non erano solo le copertine a
impegnarmi, anche perché cercavo sempre elementi stimolanti per catturare
l'attenzione del lettore, ma come detto disegnavo anche le pubblicità".
Le
copertine cult e i ricordi del cuore
Tantissime
le vignette dedicate al basket rimaste nell'immaginario collettivo. Impossibile
dimenticare quella del direttore sportivo a tutto campo per le svariate
mansioni di cui si occupava Pietro Valenti, che accompagnava il coniglietto
fabrianese, vestito da scolaro, al suo primo giorno al Palasport (l'attuale
PalaCesari).
La matita di
Ezio ironizzava sui miti della cultura pop dell'epoca, accostandoli al basket
locale: da Mike Bongiorno che intervistava il coniglietto a Andy Luotto con il
tormentone "questo Fabriano è bbbuono"; da John Travolta che,
sull’onda della Febbre del sabato sera, annunciava il ritorno della
"febbre della domenica pomeriggio", fino a una memorabile copertina
che ritraeva i campioni Dino Meneghin e Bob Morse in corsa verso Fabriano con
le valigie in mano.
Ha una
vignetta preferita?
"È difficile sceglierne una sola, ma un paio mi sono rimaste nel cuore. Una raffigurava Giuliano Guerrieri e Ugo Sghiatti in un pollaio. Era molto significativa, visto che Guerrieri rassegnò le dimissioni da capo allenatore proprio all'inizio della poule promozione. Fabriano partì male ma, con un crescendo entusiasmante, arrivò in finale con Brindisi, e tutti sappiamo come andò a finire. L'altra la disegnai un paio di anni prima quando perdemmo di un punto contro Osimo: c'era il coniglietto che trascinava un carretto con i 65 punti subiti e, sopra, un grillo, il soprannome degli osimani".
L'ultimo
atto d'amore di Ezio per la pallacanestro fu proprio quel poster della squadra
di A2: "Vidi una foto e mi dissi: 'Perché non faccio una caricatura a
tutta la squadra?'. Piacque tantissimo. Nicola Partenza, allora segretario, mi
propose di stamparlo e metterlo in vendita. Io ci misi la firma senza volere
nulla in cambio, ma andò talmente bene che vollero darmi un compenso
economico".
Dalle
caricature all'Iperrealismo internazionale
Successivamente, la vena artistica di Tambini ha trovato una nuova e matura dimensione nella pittura a olio su tela.
"Ho
iniziato riproducendo le opere dei grandi maestri" – spiega – "fino ad arrivare
a collaborare con due gallerie di Cremona e Milano per la realizzazione dei
cosiddetti 'falsi d'autore' (riproduzioni di quadri famosi)". Nel suo
soggiorno spicca una magistrale riproduzione dell’Ultima Cena di
Salvador Dalí per la quale ha impegnato complici alcune peripezie circa tre
anni.
"Poi
sono passato a dipingere soggetti miei, partecipando a mostre e concorsi. Sono
venuto a contatto con le più svariate correnti e tecniche, attingendo qualcosa
da ognuna per poi tradurla sulle mie tele. Però il mio vero cavallo di
battaglia, lo stile che mi affascina e su cui non ho dubbi, è l'iperrealismo: è
lì che riesco a esprimere al meglio le mie doti pittoriche".
Ad oggi,
Ezio ha prodotto oltre 120 opere ed è stato protagonista in più di 170 mostre
in Italia e all'estero, esponendo in vetrine prestigiose come Bologna, Milano,
Roma, Firenze, ma anche New York, Boston, Washington e Bruxelles.
"Nel
2014 ho vinto il premio Expo Bologna presso la galleria Wiki Arte. Mi chiesero
di entrare nella loro scuderia e per sei anni ho lavorato con loro, esponendo
in tutto il mondo. Ho continuato a dipingere e ora ho una quotazione
internazionale e diversi collezionisti appassionati dei miei quadri. Essendo
appassionato e avendo fatto degli studi, ho persino riprodotto il 'San Matteo e
l'angelo' di Caravaggio, di cui esistono solo due copie in Italia, dopo aver
contattato il Museo di Berlino per studiare i colori originali del quadro,
andato distrutto durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale".
Oggi per
Ezio l'arte è tornata a essere un puro divertimento, non disdegnando altresì
l’esposizione delle sue opere nelle mostre. "Per un periodo è stato un
vero e proprio lavoro, tanto da diventare persino pesante visto che la tecnica
dell’iperrealismo è abbastanza complessa, se sommato alla mia professione
principale di medico e osteopata. Ora dipingo per il piacere di farlo",
conclude, con la stessa passione di quel ragazzo che cinquant'anni fa faceva
sorridere e sognare Fabriano con una matita e un ciclostile.
giovedì 18 giugno 2026
L’eredità visionaria di Vittorio Merloni: dieci anni fa l’addio al re del “capitalismo dal volto umano”
Dieci anni fa, il 18 giugno 2016 si spegneva il fondatore di Indesit. Ha trasformato le Marche da terra mezzadrile a capitale mondiale del bianco, dimostrando che il successo economico non può prescindere dal progresso sociale.
di Stefano Balestra
Ci sono imprenditori che scalano i mercati per guardare il mondo dall'alto, e ce ne sono altri che lo fanno per sollevare insieme a loro l'intera comunità in cui sono nati. Vittorio Merloni, scomparso esattamente dieci anni fa all'età di 83 anni, apparteneva a questa seconda, rarissima categoria. Dieci anni senza il "re degli elettrodomestici", l'uomo che ha preso Fabriano e le Marche — una terra di tradizione cartaria e mezzadria agricola — e le ha traghettate di peso sul tetto del mondo, trasformando la provincia italiana nella capitale internazionale del "bianco".
La filosofia del fare: crescere per non arrendersi
La parabola della Merloni Elettrodomestici (poi diventata Indesit Company) è stata un’evoluzione straordinaria, guidata da un’intuizione fuori dal comune. Laddove altri vedevano la crisi e rispondevano con i tagli, Vittorio vedeva l'opportunità di investire. La sua risposta alle difficoltà era sempre offensiva, mai difensiva: crescere attraverso le acquisizioni. È così che sotto l'ombrello del gruppo sono passati marchi storici come Philco, Stinol, Scholtès e Hotpoint, trasformando una realtà locale in una multinazionale tascabile capace di sfidare i colossi globali. Ma il vero motore di questa espansione non era l'ambizione fine a se stessa. Al centro del gioco c'era un microcosmo umano: i dipendenti, le loro famiglie, il territorio. Vittorio aveva fatto suo, quasi come un mantra laico, l'insegnamento del padre Aristide:
"Non c'è valore nel successo economico se non si accompagna al progresso sociale".
Un modello "olivettiano" e simbiotico
Gli economisti lo hanno spesso definito l'emblema del "quarto capitalismo" italiano, ma per molti Vittorio Merloni è stato soprattutto un imprenditore "olivettiano". Il suo era un capitalismo dal volto umano, a tratti paternalistico nel senso più nobile del termine, che ha permesso quella che l'economista Giorgio Fuà definì magistralmente una "industrializzazione senza fratture". Il passaggio dalla campagna alla fabbrica, nelle Marche di Merloni, non ha creato i traumi sociali del grande triangolo industriale del Nord, ma ha preservato la coesione sociale.
Merloni è stato un "capitalista provinciale" — etichetta che portava con orgoglio — dotato di un'antenna sensibilissima per intercettare i mutamenti dei costumi. Sapeva innovare perché viveva in un rapporto quasi simbiotico con i consumatori, ascoltando la società prima ancora di guardare i bilanci.
Un'eredità che interroga il presente
A dieci anni dalla sua scomparsa, la figura di Vittorio Merloni non è solo un capitolo di storia industriale da celebrare con nostalgia, ma un modello che interroga profondamente il nostro presente economico. In un'epoca di finanza globale e algoritmi, il ricordo del capitano d'industria che sapeva trasformare i sogni in realtà ci ricorda che l'impresa è, prima di tutto, un fatto di persone, di visione e di responsabilità sociale. Fabriano e l'Italia intera ricordano oggi non solo un grande industriale, ma un uomo che ha dimostrato come si possa essere globali mantenendo le radici ben piantate nella propria terra.
sabato 28 marzo 2026
VISITA PASTORALE A CAMERINO - S. SEVERINO E A FABRIANO - MATELICA - DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II° AI LAVORATORI DELLE INDUSTRIE MERLONI E DI ALTRE AZIENDE FABRIANESI
Titolo: La capacità di lavoro di una persona non è merce che si vende o si acquista, ma è qualcosa di "sacro"
Carissimi fratelli e sorelle delle Industrie Merloni!
1. Ringrazio di cuore il Signore per l’opportunità che mi ha accordato di celebrare la solennità di San Giuseppe insieme a voi, lavoratori delle Industrie Merloni e di tutte le altre aziende e componenti del lavoro fabrianese, nel quadro di questa visita pastorale alla Diocesi di Fabriano. Quella odierna è una giornata non più festiva nel calendario civile, ma pur sempre dedicata alla venerazione del grande Santo, alle cui cure è stato affidato il Figlio di Dio, fattosi uomo per la nostra salvezza.
Attraverso di voi, carissimi fratelli e sorelle, intendo salutare il mondo del lavoro delle Marche, che si distingue per un notevole benessere economico. Saluto il Pastore della vostra Diocesi, Monsignor Luigi Scuppa e i Sacerdoti che lo coadiuvano nel ministero pastorale e specialmente nel mondo del lavoro; saluto l’Onorevole Gerardo Bianco, Ministro della Pubblica Istruzione Rappresentante del Governo Italiano e il Sindaco di Fabriano: li ringrazio entrambi per le gentili parole di benvenuto; saluto gli Onorevoli Presidenti della Regione e della Provincia, l’Onorevole Arnaldo Forlani, Segretario politico della Democrazia Cristiana e tutte le Autorità qui presenti.
Rivolgo un cordiale ringraziamento al Presidente della Fondazione Merloni e al vostro rappresentante aziendale per le cortesi espressioni con cui mi hanno illustrato l’attività e le prospettive di sviluppo delle Industrie Merloni, il vostro lavoro e le difficoltà alle quali siete confrontati. Un pensiero affettuoso lo dirigo, inoltre, agli Amministratori delle Industrie Merloni, a tutte le Maestranze, alle vostre famiglie e alla popolazione della vostra laboriosa Città.
Il progresso materiale, che in questi anni avete conosciuto, vi stimoli a sentimenti di costante gratitudine verso la divina Provvidenza e mai vi distragga dal prestare interiore adesione ai valori assoluti e trascendenti sui quali soltanto si può costruire l’autentica vita dell’uomo. L’esistenza è dono, vocazione e servizio; non può quindi ridursi a mera ricerca di beni materiali pur utili, ma incapaci di soddisfare la sete d’infinito del nostro cuore. Occorre pertanto che l’impegno lavorativo non monopolizzi ogni risorsa fisica e spirituale in funzione del tornaconto materiale, ma sia vissuto come partecipazione all’opera del Creatore e, in un certo senso, come suo ulteriore sviluppo e completamento, nella prospettiva di un razionale utilizzo delle risorse e dei valori racchiusi nel creato (Ioannis Pauli PP. II, Laborem Exercens, 25).
È stato questo l’atteggiamento col quale ha atteso alla quotidiana fatica Giuseppe, il santo artigiano, che oggi ricordiamo nella sua missione di fedele custode del Redentore.
2. La sollecitudine di Giuseppe nei confronti di Colui che i contemporanei identificheranno come suo “figlio” (cf. Mt 13, 55; Lc 3, 23) richiedeva che egli provvedesse al suo sostentamento mediante il lavoro di falegname nel villaggio di Nazaret.
In questo modo, alla dignità originaria del lavoro, in quanto “dimensione fondamentale dell’esistenza dell’uomo sulla terra” (Ioannis Pauli PP. II, Laborem Exercens, 4), se ne aggiungeva un’altra: con il lavoro quotidiano lo sposo di Maria forniva il necessario sostegno alla Sacra Famiglia, prototipo di tutte le famiglie.
È dunque legittimo, carissimi fratelli e sorelle, scorgere in Giuseppe lavoratore il modello di ogni umana occupazione lavorativa, con la quale si provvede all’indispensabile sostentamento di se stessi e dei propri cari, e si realizzano al tempo stesso attitudini, talenti e qualità personali. Il raffronto appare anche più convincente, se si pensa che, come non di rado accade anche oggi, il Figlio seguì le orme del padre putativo, apprendendo da lui le tecniche del mestiere. È noto infatti che la gente di Nazaret qualificava Gesù come il “falegname”, il “carpentiere” (Mc 6, 3), alla stregua di Giuseppe.
Sono constatazioni che ci aiutano a comprendere quanto alta sia la dignità della vocazione umana e cristiana di chi lavora. Non è necessario rivolgersi ad ideologie fuorvianti per dare al lavoro umano il rilievo che gli spetta. Basta soffermarsi a contemplare lo svolgersi ordinario della vita familiare nella casa di Nazaret per capire fino in fondo la nobiltà, i diritti e i doveri che accompagnano e qualificano la fatica umana.
Ci aiuta in questo approfondimento spirituale anche l’odierna solennità che Dio ha voluto celebrassimo insieme.
3. Non posso non richiamare, a questo punto, un avvenimento significativo, che la Chiesa s’appresta a commemorare nel corso di quest’anno. Intendo riferirmi al centenario dell’Enciclica Rerum Novarum, promulgata dal papa Leone XIII, il 15 maggio 1891.
Ricordano questo anniversario con molteplici manifestazioni varie organizzazioni italiane ed internazionali, sindacati e federazioni lavorative, università e altre istituzioni. Cento anni fa, in un momento in cui si avviava il moderno processo di industrializzazione sulla base di criteri ben poco rispettosi della dignità umana del lavoro, con conseguente sfruttamento di uomini, donne e persino bambini, la Chiesa levava coraggiosamente la sua voce a difesa della persona, denunciando chiaramente la “condizione degli operai” costretti a lavorare in situazioni disumane e senza alcuna tutela giuridica e sociale. Essa si preoccupava, inoltre, di difendere la loro dignità dalle insidie tese al mondo del lavoro da ideologie atee e materialiste, che pur proponendosi lodevolmente di lottare contro gli abusi e le ingiustizie, lo facevano ricorrendo a principi e metodi incompatibili con la libertà e la dignità del lavoratore. Profetico fu, senz’altro, l’intervento di Leone XIII e vasta eco ha avuto nel corso dei passati decenni. Io stesso ho voluto riprendere i temi dominanti con l’Enciclica Laborem Exercens, ed intendo ritornare sull’argomento con una nuova Enciclica, che sto preparando.
4. Certo oggi la “condizione” degli operai è notevolmente migliorata, almeno in quei Paesi che hanno potuto trarre beneficio da un promettente sviluppo tecnologico, accompagnato da legislazioni adeguate e da provvedimenti amministrativi opportuni, che hanno favorito la crescita di una cultura di considerazione e di rispetto per il lavoratore.
Non vanno, però, dimenticati tanti altri lavoratori e lavoratrici, che, specialmente, nell’emisfero Sud del mondo, stentano ancora a vedere soddisfatte le loro più elementari esigenze e sono mortificati nella loro dignità di persone. Non vanno neppure dimenticati quanti, nelle nazioni cosiddette industrializzate, e anche qui in Italia, non godono appieno dei diritti spettanti a chi lavora. Mi riferisco, ad esempio, alle donne discriminate nel loro impiego, ai bambini sfruttati, ai giovani disoccupati, ai lavoratori in cassa integrazione, agli handicappati praticamente emarginati, agli immigrati non rispettati nelle loro legittime attese. Non sono essi vittime impotenti dell’egoismo e della sete sregolata del profitto o, quanto meno, dell’indifferenza e dell’incuria di chi si preoccupa solo del proprio benessere?
Mi sento vicino a coloro che così soffrono, perché privati dei loro diritti elementari pur sanciti da Dichiarazioni, Patti e Convenzioni Internazionali. Manifesto loro, insieme a voi, la mia solidarietà e la solidarietà della Chiesa, sperando che presto, grazie allo sforzo di tutti, si possano superare tali squilibri che umiliano la dignità della persona.
5. Per quanto mi è stato detto, il vostro gruppo sorto 60 anni or sono con una scelta imprenditoriale che presenta diversi caratteri di originalità, ha cercato sempre di svilupparsi a misura d’uomo e d’ambiente. Il tipo di insediamento industriale perseguito, che rifiuta il modello della grande fabbrica e si articola in stabilimenti di media dimensione, sparsi su ampio territorio ed installati vicino ai luoghi di residenza dei lavoratori, secondo il principio che il lavoro deve avvicinarsi alle persone e non viceversa, ha permesso di ottenere risultati aziendali di notevole interesse, conservando e difendendo al tempo stesso i valori dell’unità familiare ed evitando lo stravolgimento dell’ambiente sociale e naturale causato, spesso, dalle grandi agglomerazioni industriali. Un forte impegno sociale, quindi, che non ha ostacolato l’efficienza della gestione economica e la produttività del lavoro e degli investimenti. Questo sta a dimostrare che profitto e socialità non solo possono essere compatibili, ma rappresentano aspetti che possono reciprocamente integrarsi con vantaggio della stessa impresa.
Ogni istituzione umana è però perfettibile. E così anche un’azienda moderna come la vostra, nonostante i grandi progressi compiuti, è suscettibile di nuovi sviluppi.
Si tratta certamente di potenziare le capacità economiche e tecnologiche. Anzi, v’è un obbligo morale di provvedere ad una sana politica amministrativa di investimenti, di miglioramento nella qualità dei prodotti o dei servizi e di rinnovamento tecnologico. Ma v’è anche un concomitante obbligo morale di rispetto per l’ambiente circostante e di ragionevole utilizzo delle risorse naturali, soprattutto di quelle non rinnovabili.
Se il benessere stesso dell’azienda suggerisce l’adozione di questi criteri, la ragione profonda che ne impone l’accoglimento scaturisce dal fatto che essa non è soltanto uno strumento finalizzato al guadagno, ma una comunità composta di persone, la cui dignità non può mai essere strumentalizzata.
Vorrei, cari lavoratori, insistere su questo punto che mi sembra di particolare rilevanza: l’azienda mai deve essere considerata come una organizzazione verticale, nella quale alcune persone sono al servizio esclusivo degli scopi di altre e del loro vantaggio economico. Essa deve essere vista piuttosto come un luogo d’incontro di tante persone, le quali, in modo sinergico, s’impegnano ad operare per la produzione di beni o di servizi destinati al benessere di tutti.
6. Solo in un’azienda concepita come comunità si è in grado di salvaguardare la vera dignità del lavoro e dei lavoratori. La capacità di lavoro di una persona non è merce che si vende e si acquista; è, al contrario, qualcosa di proprio, anzi di “sacro”, che Dio concede a ciascuno innanzitutto per realizzarsi come persona.
Un simile dono non è, né può essere, oggetto di scambio. Lo si può invece associare all’impegno lavorativo di altri per produrre, dietro giusto compenso, ciò di cui la società ha bisogno.
E questo restituisce dignità morale all’attività lavorativa, facendo dell’impresa non un luogo di scontro, ma di incontro; non un teatro di costanti conflitti, ma un ambito di fattiva collaborazione; non un mezzo per superare, sia pure momentaneamente, la disoccupazione, bensì un concreto orizzonte per la propria e altrui realizzazione.
Ogni azienda dovrebbe costantemente riesaminarsi alla luce dei criteri ai quali ho accennato, allo scopo di rispondere sempre meglio alla propria funzione, e soprattutto per rendere operativo il progetto che le è proprio: diventare una comunità di persone che insieme vivono e lavorano.
7. San Giuseppe, che insieme invochiamo, aiuti tutti a capire e a mettere in pratica, a seconda delle responsabilità di ognuno, questo progetto. Sarà possibile, allora, fare di ogni luogo di lavoro l’ambito propizio per la crescita della persona ed uno strumento per il raggiungimento del bene della società.
Vi sia di incoraggiamento e vi sostenga in questo compito la mia benedizione.
venerdì 25 ottobre 2024
SECONDO AMARCORD MELANO e ALBACINA
Di STEFANO BALESTRA
Si è svolto il secondo
Amarcord Albacina & Melano dei lavoratori degli ex stabilimenti Merloni
delle due frazioni fabrianesi. Il primo oggi di proprietà della Ariston Group
di Paolo Merloni, recentemente è stato la camera ardente dello scomparso
capitano d’industria Francesco Merloni, l’ultimo della dinastia. Il secondo,
invece dallo scorso aprile, è diventato di proprietà della Beko Europe che lo
ha rilevato dalla Whirlpool Emea, che a sua volta lo aveva acquisito dalla
Indesit Company della famiglia di Vittorio Merloni. Due siti fiore
all'occhiello dell’epopea merloniana, icone di una Fabriano che era una delle
capitali Mondiali del “bianco” e l’Italia era il primo produttore europeo di
elettrodomestici, ma questo rispetto ad oggi era un'altra storia.
Dopo la foto di rito di
gruppo sulla scalinata della Cattedrale di Fabriano di San Venanzo i
partecipanti si sono spostati presso la mensa degli uffici centrali della ex
Indesit per consumare il pranzo sapientemente preparato dalla Ristorart di
Fabrizio Palanca e Simone Chiodi. Dopo il consueto benvenuto da parte del
comitato organizzatore, un minuto di raccoglimento per onorare la memoria come
detto di Francesco Merloni e di tutti i colleghi saliti in cielo che purtroppo
non ci sono più, un pensiero a coloro che oggi non sono più con noi, ma che
fanno parte dei nostri ricordi e rimarranno sempre nei nostri cuori. Oltre
cento ex lavoratori e attuali, da operai, impiegati, diversi direttori dei due
siti, dirigenti, si sono ritrovati grazie all’ infaticabile opera del comitato
organizzatore intorno ai tavoli per gustare le prelibate pietanze in grado di
soddisfare ogni palato e tra una portata e l'altra, fra risate e battute, sono
stati condivisi momenti passati insieme e ricordare vecchi personaggi. Intorno
ai tavoli c'erano tanti lavoratori che nei lontani anni sessanta e settanta,
contribuirono da protagonisti alla costruzione, alla crescita e al successo
delle fabbriche fabrianesi di Vittorio Merloni, ad alcuni lavoratori dei tempi
di oggi.
Come sempre l'incontro è stato emozionante soprattutto per quelli che non si
erano rivisti da tanti anni, con gli occhi umidi di commozione, un momento per
tornare indietro nel tempo e onorare stima e amicizia inossidabili. Perché i
rapporti umani vanno ben oltre a quelli di lavoro, e dove il luogo di lavoro,
se è vissuto nella giusta dimensione, può diventare un'occasione di
aggregazione, rispetto e condivisione di valori, che possono rimanere impressi
nonostante il passare degli anni. E come ogni rimpatriata degna di questo nome
non poteva mancare la torta per celebrare l'evento, con tanto di immagini
dedicate alla famiglia Merloni. Il comitato organizzatore ringrazia tutti
coloro che si sono adoperati fattivamente per la riuscita del vernissage ma
soprattutto tutti i presenti, che con il
loro calore e spirito familiare hanno permesso la buona riuscita della
conviviale, e che hanno ricevuto la fotografia ricordo, con i
saluti finali intrisi della speranza di ritrovarsi ancora insieme il prossimo
anno.
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