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venerdì 26 giugno 2026

Dieci anni senza Vittorio Merloni: il ricordo dell’uomo che rese grandi le Marche e l'Italia

Testo di Stefano Balestra

Ho avuto l’onore e il privilegio personale di partecipare, nei giorni scorsi a Roma, all’evento voluto dai figli Maria Paola, Antonella e Aristide per ricordare il padre Vittorio nel decennale della sua scomparsa, avvenuta a 83 anni il 18 giugno 2016.

"L’eredità della sua visione", svoltosi a Roma presso Villa Blanc, sede della Luiss Business School (la scuola che prese vita proprio sotto la sua presidenza di Confindustria), è stato un momento di profonda riflessione. Dopo l’introduzione del padrone di casa Luigi Abete, presidente della scuola nonché amico fraterno di Vittorio, si sono svolti due momenti di confronto con personaggi illustri come Luca Cordero di Montezemolo, Romano Prodi, Massimo Ponzellini, Veronica De Romanis, Francesco Caio, Giuseppe De Rita, Gianluca Gregori e Luisa Todini, per raccontare l’esperienza di Vittorio Merloni in Confindustria, il suo stile d’impresa e il profondo legame con il territorio.

Toccante e commosso è stato il racconto del Vittorio industriale di successo e della sua grande empatia, fino ai giorni malinconici e tristi della malattia negli ultimi anni di vita. Ci sono ferite che il tempo non rimargina, ma che si trasformano in memoria attiva. A dieci anni dalla scomparsa, questo evento ha voluto ricordare non solo il "Capitano d’azienda", ma l’uomo che ha saputo incarnare il legame indissolubile tra impresa e territorio. Un ricordo che non appartiene solo alla famiglia, ai figli e ai nipoti: ognuno dei presenti all'evento ha avuto un rapporto con Vittorio e ha condiviso un tratto di strada con lui nell’impresa, nelle istituzioni, nella vita pubblica, nella sfera personale o nell'amicizia. Fosse per una vita intera o per un solo attimo, si è creato un legame che va oltre il tempo, testimoniando valori ancora oggi straordinariamente attuali.

"Uno di noi": il tributo della sua gente


Ora che sono alle soglie dei quarant'anni di carriera vissuti sempre con la stessa casacca, quella di Melano, la memoria corre a quando l’azienda di Vittorio – l’allora Merloni Elettrodomestici, una realtà ancora pressoché regionale – mi accolse tra le sue braccia, fresco di diploma e di servizio militare.

Sono tanti gli aneddoti custoditi nella memoria, ma uno su tutti mi è rimasto impresso: i gesti di affetto di noi lavoratori che vegliavamo sulla camera ardente nello stabilimento di Albacina, uniti nella consapevolezza che Vittorio Merloni non fosse un industriale come gli altri. Sulle magliette blu degli operai campeggiava la scritta: "Uno di noi... ci manchi!". Un messaggio semplice e potente, che racconta una storia di rispetto reciproco. In un’epoca di multinazionali distaccate e algoritmi, Merloni ricordava i nomi dei suoi dipendenti ed entrava nelle fabbriche con la naturalezza di chi sa che il valore reale di un’azienda risiede nelle persone che la abitano.

Un visionario tra radici e globalizzazione


Sotto la sua guida, la Indesit Company (nata come Merloni Elettrodomestici) è passata da realtà locale a colosso internazionale, diventando uno dei leader europei del settore. Ma la sua visione non era orientata esclusivamente al fatturato. Come Presidente di Confindustria (1980-1984), Merloni ha navigato gli anni difficili dell’inflazione e delle tensioni sociali con un pragmatismo illuminato.

"L'industria è un bene sociale", amava ripetere, sottolineando come l'obiettivo del profitto dovesse sempre camminare di pari passo con lo sviluppo civile e culturale della comunità.

Il re degli elettrodomestici aveva contribuito a trasformare una regione prevalentemente agricola come le Marche in un territorio industriale dinamico. Fabriano era diventata la capitale del "bianco". La Merloni Elettrodomestici, poi Indesit, grazie anche all'acquisizione di marchi come Philco, Stinol, Scholtès e Hotpoint, visse un'evoluzione straordinaria, segnata dalle intuizioni sempre vincenti di Vittorio. Di fronte alle difficoltà, lui non si era mai arreso: invece di tagliare, preferiva investire per crescere attraverso le acquisizioni. Perché al centro del gioco non c'era solo il destino della sua azienda, ma il microcosmo formato da tutti i dipendenti e dalle loro famiglie.

Era un mantra mutuato dal padre Aristide, al quale si era sempre ispirata la filosofia del gruppo: "Non c'è valore nel successo economico se non si accompagna al progresso sociale". Vittorio Merloni è stato un "capitalista provinciale" con un grande intuito nell'intercettare i mutamenti, capace di innovare grazie a un rapporto quasi simbiotico con i consumatori. Ha rappresentato l'emblema del "quarto capitalismo" tricolore, ovvero quello delle multinazionali tascabili che per tanti anni hanno sfidato i mercati internazionali prima che diventassero globali. Un capitalismo dal volto umano e paternalistico che consentì quella "industrializzazione senza fratture", come la definì l'economista Giorgio Fuà.

Un imprenditore "olivettiano", come lo definisce un libro; un visionario che però ascoltava la società. Un innovatore capace di trasformare i sogni in realtà, compreso quello di portare Fabriano sul tetto del mondo, traghettando una città dall'economia mezzadrile e dalla tradizione cartaria a capitale di uno dei più importanti distretti mondiali degli elettrodomestici bianchi.

L'eredità oggi


A un decennio dalla sua morte, l'eredità di Vittorio Merloni è più attuale che mai. Mentre il mercato degli elettrodomestici affronta nuove e complesse sfide globali e cambiamenti di proprietà, il "modello Merloni" resta un punto di riferimento etico inscalfibile. La sua capacità di innovare senza mai sradicare l'azienda dalle colline marchigiane rimane l'esempio più fulgido di quello che oggi chiamiamo "capitalismo umanistico".

Fabriano oggi lo ricorda in silenzio, con la consapevolezza che, sebbene le linee di produzione possano cambiare, lo spirito di quel "uno di noi" continua a vivere in chiunque creda ancora nel valore del lavoro fatto con dignità e passione.

 

giovedì 18 giugno 2026

L’eredità visionaria di Vittorio Merloni: dieci anni fa l’addio al re del “capitalismo dal volto umano”


Dieci anni fa, il 18 giugno 2016 si spegneva il fondatore di Indesit. Ha trasformato le Marche da terra mezzadrile a capitale mondiale del bianco, dimostrando che il successo economico non può prescindere dal progresso sociale.

di Stefano Balestra 

Ci sono imprenditori che scalano i mercati per guardare il mondo dall'alto, e ce ne sono altri che lo fanno per sollevare insieme a loro l'intera comunità in cui sono nati. Vittorio Merloni, scomparso esattamente dieci anni fa all'età di 83 anni, apparteneva a questa seconda, rarissima categoria. Dieci anni senza il "re degli elettrodomestici", l'uomo che ha preso Fabriano e le Marche — una terra di tradizione cartaria e mezzadria agricola — e le ha traghettate di peso sul tetto del mondo, trasformando la provincia italiana nella capitale internazionale del "bianco".

La filosofia del fare: crescere per non arrendersi

​La parabola della Merloni Elettrodomestici (poi diventata Indesit Company) è stata un’evoluzione straordinaria, guidata da un’intuizione fuori dal comune. Laddove altri vedevano la crisi e rispondevano con i tagli, Vittorio vedeva l'opportunità di investire. La sua risposta alle difficoltà era sempre offensiva, mai difensiva: crescere attraverso le acquisizioni. È così che sotto l'ombrello del gruppo sono passati marchi storici come Philco, Stinol, Scholtès e Hotpoint, trasformando una realtà locale in una multinazionale tascabile capace di sfidare i colossi globali. Ma il vero motore di questa espansione non era l'ambizione fine a se stessa. Al centro del gioco c'era un microcosmo umano: i dipendenti, le loro famiglie, il territorio. Vittorio aveva fatto suo, quasi come un mantra laico, l'insegnamento del padre Aristide:

​"Non c'è valore nel successo economico se non si accompagna al progresso sociale".

Un modello "olivettiano" e simbiotico

Gli economisti lo hanno spesso definito l'emblema del "quarto capitalismo" italiano, ma per molti Vittorio Merloni è stato soprattutto un imprenditore "olivettiano". Il suo era un capitalismo dal volto umano, a tratti paternalistico nel senso più nobile del termine, che ha permesso quella che l'economista Giorgio Fuà definì magistralmente una "industrializzazione senza fratture". Il passaggio dalla campagna alla fabbrica, nelle Marche di Merloni, non ha creato i traumi sociali del grande triangolo industriale del Nord, ma ha preservato la coesione sociale.

Merloni è stato un "capitalista provinciale" — etichetta che portava con orgoglio — dotato di un'antenna sensibilissima per intercettare i mutamenti dei costumi. Sapeva innovare perché viveva in un rapporto quasi simbiotico con i consumatori, ascoltando la società prima ancora di guardare i bilanci.

Un'eredità che interroga il presente

A dieci anni dalla sua scomparsa, la figura di Vittorio Merloni non è solo un capitolo di storia industriale da celebrare con nostalgia, ma un modello che interroga profondamente il nostro presente economico. In un'epoca di finanza globale e algoritmi, il ricordo del capitano d'industria che sapeva trasformare i sogni in realtà ci ricorda che l'impresa è, prima di tutto, un fatto di persone, di visione e di responsabilità sociale. Fabriano e l'Italia intera ricordano oggi non solo un grande industriale, ma un uomo che ha dimostrato come si possa essere globali mantenendo le radici ben piantate nella propria terra.

martedì 1 ottobre 2024

SECONDO AMARCORD MELANO e ALBACINA IL 19 OTTOBRE

Dopo il grande successo del 2023, che aveva visto ritrovarsi insieme quasi duecento persone, si svolgerà sabato 19 ottobre la seconda edizione dell'amarcord Albacina & Melano per tutti i lavoratori degli stabilimenti ex Merloni. Il vernissage che si aprirà con il ritrovo alle 12,15 presso la scalinata della cattedrale di San Venanzio per la consueta foto ricordo per poi pranzare presso la mensa degli uffici centrali ex Indesit in via A. Merloni 47. L’evento sarà aperto a tutti coloro che a qualsiasi titolo sono stati dipendenti di Melano o Albacina.

Il costo è fissato in 38 €, compresa la foto ricordo, con una caparra di 18 € da versare secondo le modalità indicate, al momento dell’adesione. 

Anche questa sarà sicuramente una giornata trascorsa in fraterna allegria e compagnia, per ricordare con gioia gli anni d'oro dell'epopea merloniana, tra commozione e aneddoti di tempi unici, ricordando un'esperienza lavorativa ma sicuramente ancor più di vita.

 

STEFANO BALESTRA



 

mercoledì 27 luglio 2022

FABRIANO, BASKET E VINCISGRASSI…

Testo di STEFANO BALESTRA

Ma questi sono i vincisgrassi o le lasagne? Nasce da questa domanda, da questa battuta, l'idea di scrivere quest’articolo discettando su un piatto tanto caro ai marchigiani, i vincisgrassi, e le emiliane lasagne, e non solo.

(Nunzi con il numero 4 ,
da Superbasket dell'epoca)

Il tutto su Facebook, io a Fabriano e il mio interlocutore a oltre 9000 km di distanza, a Portland, in Oregon, sulla west coast, la costa occidentale, sull’oceano Pacifico, negli Stati Uniti. L'interlocutore si chiama Vincenzo Nunzi che in gioventù, all'inizio degli anni ottanta, poco più che ventenne, Alberto Bucci volle con se proveniente dal fiorente vivaio di San Giovanni Valdarno, per costruire la squadra che poi in due anni avrebbe regalato a Fabriano la serie A1. Era la stagione 1980-81, quella della promozione in serie A1 sfuggita per un soffio.

La storiografia racconta di come fosse stato l'acquisto più costoso all'epoca dell’Honky, fu pagato, infatti, 100 milioni di vecchie lire. Vincenzo, classe 1961, nativo di Pontassieve nel fiorentino, fece un salto dalla serie C alla serie A2. In realtà Vincenzo, rientrò nell'affare tra San Giovanni Valdarno e Fabriano che vide approdare in riva al Giano, l'anno precedente il play Francesco Mannella. Era un prospetto interessante, veniva da un vivaio di altissimo livello come quello di San Giovanni Valdarno, che nel 1976 si era fregiato del titolo italiano Cadetti e scelse Fabriano, anche se c'era l'interessamento forte nei suoi confronti da parte di Verona. Poi la carriera di Nunzi dopo Fabriano è stato un susseguirsi di squadre tra l'Emilia Romagna a Forlì, dove si trasferì nel campionato 1982-83, insieme all’idolo dei tifosi fabrianesi Leonardo Sonaglia, la Toscana a Siena e le Marche a Porto Sant’Elpidio e Civitanova.

CHE RICORDI HAI DEL PERIODO DI FABRIANO?

“Abbiamo vissuto, ho avuto la fortuna di vivere un periodo d'oro per il basket italiano forse non pienamente colto all'epoca. Ho dei ricordi splendidi, meravigliosi, un grande rapporto con le persone, si viveva da Dio, anche il gruppo della squadra era cementato. Eravamo tutti amici, il buonumore accompagnava la squadra, mi ricordo ancora ad esempio le torture del professor Franco Rosei, il preparatore atletico della squadra, ma era la giusta conseguenza per gli obiettivi che volevamo raggiungere. L'obiettivo della squadra andava oltre. La squadra, il collettivo era quello che contava, Bucci sapeva tenerci sempre su di giri e avevamo una serenità di spirito che era una delle armi i più.  Unico rammarico personale, dal punto di vista professionale, aver giocato nei due anni a Fabriano poco o niente, ma Alberto Bucci, grande allenatore, grande persona,  aveva una visione non espansiva nei confronti di noi giovani, preferiva affidarsi ai più collaudati e navigati elementi con esperienza. La squadra era stata costruita da Alberto, con un’idea ben precisa… vincere… E così avvenne. Personalmente ho imparato a stare in un gruppo affiatato, cementato, unito tipo uno per tutti e tutti per uno, sono rimasto in contatto con Alessandro Gambelli (recentemente scomparso n.d.r.), ma anche con Maurizio Lasi, Massimo Casanova, Mark Crow, Gianni Tassi con i quali ci sentiamo spesso e volentieri”.

“Per me Fabriano, per la mia filosofia di vita, era un posto idilliaco, io amante della natura mi trovavo spesso a passeggiare sul monte Cucco, oppure sul Catria, oppure essendo amante del cibo anche a Gubbio e zone limitrofe. Ancora ricordo con grande piacere il calore dei fabrianesi, eravamo adorati perché avevamo portato l’interesse per il grande basket, in una zona che era priva di attrazioni cestistiche di alto livello”.  All’epoca Fabriano era definita la Cantù dei poveri, riusciva a portare il 10% della popolazione nelle gare casalinghe e spesso e volentieri, 500 appassionati assistevano agli allenamenti della band di Bucci.

“Spesso e volentieri – ricorda Vincenzo- la domenica mattina dopo la messa facevamo la passeggiata per il corso quando si giocava in casa e mi ricordo che in più di un'occasione s’incontrava Vittorio Merloni che ti chiedeva come stavi, come andava, incredibile, veramente incredibile”.

 “Una volta erano ospiti i miei genitori e a mio padre capitò di parlare con il signor Vittorio Merloni e ne rimase letteralmente entusiasta, non capitava tutti i giorni di parlare a tu per tu con quello che era all’epoca il presidente di Confindustria”.

Vincenzo oltre al basket aveva un'altra passione e un altro talento che era quello della cucina. Cosicché nel 2014 si trasferì negli Stati Uniti d'America dapprima a Dallas e poi a Portland, dove ha lavorato in ristoranti gestiti da italiani. Poi ecco il lockdown per il covid, durante la pandemia Vincenzo in quei periodi che comunque il governo americano aveva supportato economicamente, con dei ristori efficaci, decise di cambiare radicalmente il proprio mondo del lavoro e di mettersi in proprio. Lavorando per privati, per aziende, ma anche per chi vuole ed ha piacere di capire anche la cucina italiana fino in fondo. Recentemente è stato invitato in una scuola, per raccontare la cucina italiana.


Ed ecco che anche qui riaffiorano i ricordi dei periodi passati a Fabriano e nel centro Italia. “A Fabriano mangiavo spesso al ristorante La Marchigiana, esiste ancora? facevano dei vincisgrassi che me li sogno ancora la notte... Così come mi sogno il ciauscolo, ma è impossibile da importare in America per le restrizioni profonde. Vorrei provare a rifarlo per conto mio, così come faccio per le salsicce toscane, ma non è semplice trovare gli ingredienti, cercherò di farlo aggiustando i sapori”.

“Ma le cose che cerco di fare apprezzare agli americani sono anche il coniglio in porchetta, la crescia sfogliata di Urbino, la crescia con il formaggio, i ravioli alla marchigiana, il pesce come ho imparato ad apprezzare a Civitanova e a Porto Sant'Elpidio con il padellone e la matriciana, rivisitata e che ho chiamato con il nome de l' amarchigiana”.

“Un lavoro costante e quotidiano, per cercare di far capire chi siamo e cosa è la nostra cucina, anche se non è semplice da parte degli americani capire certi piatti. D'altronde Portland è riconosciuta come la città americana del cibo, della gastronomia, tanto da essere gemellata dal 2003 con Bologna e nei supermercati di questa metropoli il cui conglomerato urbano raggiunge complessivamente i 3 milioni di anime, si possono trovare abbastanza facilmente anche dei vini italiani.

“La cucina che propongo qui in America, è connessa con la mia esperienza "baskettara" e in parte "spirituale" (Assisi/Umbria)....quel Crinale, dove si incontrano, Romagna, Toscana, Umbria e Marche....”

In pratica un ambasciatore, un divulgatore della cucina italiana e di quella fabrianese e  marchigiana in America.

“Io e mia moglie Deborah, abbiamo in mente di fare un lungo viaggio in Italia, verso ottobre di quest’anno, vorrei fargli conoscere anche i luoghi in cui ho sviluppato la mia carriera di giocatore. E sicuramente una puntatina la dedicherò anche a Fabriano”.

giovedì 19 novembre 2020

DI PADRE IN FIGLIO

Testo di STEFANO BALESTRA


E da una scatola, riemergono lettere, appunti, documenti, fotografie, articoli, in ogni caso carta che in controluce racconta la storia...

Erano i magici anni ‘90 dello sport fabrianese, ricchi di soddisfazioni. C'era il Fabriano Basket che in A1 e A2, portava il nome della città della carta in giro per tutta Italia con orgoglio e passione, ma c'erano due ragazzi che portavano il nome di Fabriano in giro per il mondo. Uno era Francesco Casoli che con la barca Gulliver, vinse il giro del mondo a vela, un traguardo notevole, l'altro ragazzo era Andrea Merloni che con la sua passione per le moto portò Fabriano su tutti i circuiti del mondiale Superbike di moto. Quanti fiumi d’inchiostro e rulli per la macchina per scrivere ho piacevolmente consumato per narrare le loro gesta e avventure. Conobbi Andrea a inizio degli anni ’90 quando anche lui correva in pista nel campionato italiano sport production, insieme al fabrianese Luciano Morri, ma anche Liverani che regalò al team un paio di titoli italiani super sport, Pallizzi, Rozza, tutti sotto la bandiera del Gattolone Racing Team, nome simpatico ripreso però da quello del motoscafo di famiglia. Una carriera agonistica su pista durata fino al 1992, quando smise, su richiesta della famiglia, dopo la rovinosa caduta di Misano che gli costò due ematomi nella scatola cranica. Una passione che gli aveva trasmesso, come mi confessò suo papà Vittorio, grosso appassionato di motori. Così, smessa inevitabilmente la tuta di pelle da pilota, si “rassegnò” a diventare il manager del Gattolone Racing Team e le soddisfazioni non furono poche.

Ma si capiva a pelle che la sua passione, anche se costosa, non era il vezzo di un figlio di papà, la svogliatura di chi sapeva di avere alle spalle qualcuno pronto a staccare l’assegno in caso di bisogno. Non assomigliava al prototipo del giovane rampollo insomma. In un’intervista, che ancora ricordo con piacere, accolto nella casa paterna di Fabriano, ora chiusa e in vendita, con cordialità quasi amicale, mi disse che suo padre gli diceva di terminare gli studi con la laurea o di andare a lavorare. Tanti i chilometri macinati durante l’inverno e la nebbia mangiata per andare a visitare gli sponsor che gli avrebbero permesso di partecipare al mondiale superbike. Un self-made man del motociclismo che perseguiva una sorta di “ modello marchigiano” di sviluppo tanto caro ai suoi avi, applicato al motociclismo, dove nulla era lasciato al caso, anche l’immagine, con una hospitality importante curata nei dettagli e molti personaggi del mondo delle corse, ma anche del jet-set si ritrovavano.  Un sognatore, era Andrea Merloni, che aveva però un approccio umile di chi vuole imparare a farsi largo in un mondo che aveva sempre vissuto fino a quel momento solo come appassionato o quasi. Una delle sue più grandi soddisfazioni credo che sia rimasta, quella di aver portato nella stagione d’oro della Superbike, a vestire i colori del Gattolone, Pierfrancesco Chili, oggi alle prese con il Parkinson, dopo un periodo burrascoso, coinciso con il carcere per accuse dalle quali fu prosciolto, che lo avevano allontanato dal mondo delle due ruote. A Monza, nel 1995, nel Gp di San Marino, la prima vittoria di “Frankie” Chili, con la Ducati 916 del Gattolone, alla quale poi se ne sarebbero aggiunte altre nelle stagioni successive.
(Liverani, Merloni e Chili)

Erano i tempi in cui la Indesit Company viaggiava alla grande nel mondo del “bianco” ed il Gattolone non era da meno.  Indimenticabili per me, rimarranno le immagini nelle quali Andrea Merloni, spiegava con amore a suo padre Vittorio sulla pista di Misano Adriatico i segreti delle moto e di qual mondo fantastico, che vedeva suo figlio tra i protagonisti. Una persona che ha costruito una vita di successo cercando di restare con i piedi per terra. Tentò di trasformare la passione per le due moto in un business, tanto da provare a rivitalizzare, nel 1996, lo storico marchio pesarese della Benellisenza riuscirvi però fino in fondo.

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