Dieci anni fa, il 18 giugno 2016 si spegneva il fondatore di Indesit. Ha trasformato le Marche da terra mezzadrile a capitale mondiale del bianco, dimostrando che il successo economico non può prescindere dal progresso sociale.
di Stefano Balestra
Ci sono imprenditori che scalano i mercati per guardare il mondo dall'alto, e ce ne sono altri che lo fanno per sollevare insieme a loro l'intera comunità in cui sono nati. Vittorio Merloni, scomparso esattamente dieci anni fa all'età di 83 anni, apparteneva a questa seconda, rarissima categoria. Dieci anni senza il "re degli elettrodomestici", l'uomo che ha preso Fabriano e le Marche — una terra di tradizione cartaria e mezzadria agricola — e le ha traghettate di peso sul tetto del mondo, trasformando la provincia italiana nella capitale internazionale del "bianco".
La filosofia del fare: crescere per non arrendersi
La parabola della Merloni Elettrodomestici (poi diventata Indesit Company) è stata un’evoluzione straordinaria, guidata da un’intuizione fuori dal comune. Laddove altri vedevano la crisi e rispondevano con i tagli, Vittorio vedeva l'opportunità di investire. La sua risposta alle difficoltà era sempre offensiva, mai difensiva: crescere attraverso le acquisizioni. È così che sotto l'ombrello del gruppo sono passati marchi storici come Philco, Stinol, Scholtès e Hotpoint, trasformando una realtà locale in una multinazionale tascabile capace di sfidare i colossi globali. Ma il vero motore di questa espansione non era l'ambizione fine a se stessa. Al centro del gioco c'era un microcosmo umano: i dipendenti, le loro famiglie, il territorio. Vittorio aveva fatto suo, quasi come un mantra laico, l'insegnamento del padre Aristide:
"Non c'è valore nel successo economico se non si accompagna al progresso sociale".
Un modello "olivettiano" e simbiotico
Gli economisti lo hanno spesso definito l'emblema del "quarto capitalismo" italiano, ma per molti Vittorio Merloni è stato soprattutto un imprenditore "olivettiano". Il suo era un capitalismo dal volto umano, a tratti paternalistico nel senso più nobile del termine, che ha permesso quella che l'economista Giorgio Fuà definì magistralmente una "industrializzazione senza fratture". Il passaggio dalla campagna alla fabbrica, nelle Marche di Merloni, non ha creato i traumi sociali del grande triangolo industriale del Nord, ma ha preservato la coesione sociale.
Merloni è stato un "capitalista provinciale" — etichetta che portava con orgoglio — dotato di un'antenna sensibilissima per intercettare i mutamenti dei costumi. Sapeva innovare perché viveva in un rapporto quasi simbiotico con i consumatori, ascoltando la società prima ancora di guardare i bilanci.
Un'eredità che interroga il presente
A dieci anni dalla sua scomparsa, la figura di Vittorio Merloni non è solo un capitolo di storia industriale da celebrare con nostalgia, ma un modello che interroga profondamente il nostro presente economico. In un'epoca di finanza globale e algoritmi, il ricordo del capitano d'industria che sapeva trasformare i sogni in realtà ci ricorda che l'impresa è, prima di tutto, un fatto di persone, di visione e di responsabilità sociale. Fabriano e l'Italia intera ricordano oggi non solo un grande industriale, ma un uomo che ha dimostrato come si possa essere globali mantenendo le radici ben piantate nella propria terra.

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