Chi di noi, lo scorso 13 novembre, nei minuti immediatamente successivi all'eliminazione dell'Italia dai mondiali di calcio di Russia 2018, ha esclamato tra se e se: "e questa estate cosa farò?".
I giorni sul calendario scorrono velocemente e così i mesi, l’inverno sembra solo un ricordo e il caldo anomalo di questo fine aprile, ci lancia verso l’estate. Ma quella 2018, sarà un’estate “anomala”, no non parlo dal punto di vista delle temperature, anche se il calendario delle cipolle prevede caldo, ma dal punto di vista calcistico, sarà sicuramente per noi italiani un’estate quanto meno diversa, visto che ai mondiali di Russia, come detto non sarà presente la nazionale Italiana. E per noi tifosi di calcio che quando gioca la Nazionale ci ritroviamo uniti, gonfiando il petto orgogliosamente quando sentiamo suonare l’inno di Mameli, il mondiale di calcio era un appuntamento ormai rituale ogni quattro anni, intorno al quale costruivamo la nostra estate. La nazionale fuori dal mondiale di calcio per noi italiani è come se dovessimo rinunciare alla pastasciutta a pranzo, oppure il giorno di pasquetta non facessimo la gita fuori porta o Pasqua senza l’uovo di cioccolata….
Che dire? Una tragedia, compiutasi in un giorno di metà novembre, era il 13 e non sicuramente per buona ricordanza come dicevano i nostri avi. In un attimo prendevamo consapevolezza che in questa circostanza a scendere in campo non era stata la storia o il blasone e la Svezia (modesta) ci aveva beffato all’ultimo miglio… Il nostro spirito italico del “tanto ce la caviamo”, questa volta non aveva funzionato e dopo tanti anni (sessanta per la precisione) l’Italia era fuori dal mondiale, noi che ci siamo sempre ritenuti la patria del pallone. Sarà il mondiale degli altri, noi ce lo vedremo comodamente in tv su Canale 5. Per me e la mia generazione, ma anche per altre, troppe “notti magiche” abbiamo vissuto a cominciare da quando si era piccoli con le immagini di Messico ’70, poi con l’epoca di fine anni ’70 e inizio anni ’80, con il fantastico titolo a Spagna 1982, fino al recente (si fa per dire, sono passati comunque dodici anni) trionfo in Germania nel 2006.
Che dire? Una tragedia, compiutasi in un giorno di metà novembre, era il 13 e non sicuramente per buona ricordanza come dicevano i nostri avi. In un attimo prendevamo consapevolezza che in questa circostanza a scendere in campo non era stata la storia o il blasone e la Svezia (modesta) ci aveva beffato all’ultimo miglio… Il nostro spirito italico del “tanto ce la caviamo”, questa volta non aveva funzionato e dopo tanti anni (sessanta per la precisione) l’Italia era fuori dal mondiale, noi che ci siamo sempre ritenuti la patria del pallone. Sarà il mondiale degli altri, noi ce lo vedremo comodamente in tv su Canale 5. Per me e la mia generazione, ma anche per altre, troppe “notti magiche” abbiamo vissuto a cominciare da quando si era piccoli con le immagini di Messico ’70, poi con l’epoca di fine anni ’70 e inizio anni ’80, con il fantastico titolo a Spagna 1982, fino al recente (si fa per dire, sono passati comunque dodici anni) trionfo in Germania nel 2006.
Certamente il calcio italiano, sta vivendo un periodo di decadimento come dimostrano le figure non proprio edificanti patite dalla Nazionale, nelle due ultime competizioni iridate in Sudafrica e in Brasile, uscita appena al primo turno, ma anche le fatiche fatte con nazionali "minori" patite nelle ultime qualificazioni, che una volta avremmo fatto a fette.
Forse è il caso di dirlo, il calcio italiano ha perso di vista il pallone. La nazionale è lo specchio del movimento £pallonaro" italiano, e non solo sportivo. Sui campi, così come in altri campi, come ad esempio la politica, manca il talento delle nuove generazioni, frutto di un percorso che si costruisce in anni e anni, grazie anche all’organizzazione. Si guardi alla Spagna, che da quando si è data un’organizzata ha saputo rendere vincente lo smisurato talento dei suoi giocatori, ma ultimamente anche il Belgio e la Svizzera si sono affacciati alla finestra del calcio che conta.
I giovani nostrani faticano sempre di più a trovare spazio nelle squadre infarcite di stranieri, alcuni dei quali non valgono che un piede dei nostri talenti, e gli allenatori sono timorosi di schierarli, in quanto, il calcio è diventato affari, merchandising e quello che conta è solo vincere. Ma se i giovani di talento non sono mai messi alla prova, difficilmente potranno crescere, anche nella personalità e nella leadership. Però forse, dovremmo imparare qualcosa dalla vicina Svizzera. Infatti, i rossocrociati eredi di Guglielmo Tell, ai mondiali di Svizzera ci andranno. Nello spareggio decisivo su quattordici giocatori schierati, nove erano stranieri (anche l’allenatore lo è), delle nazionalità più disparate, Nigeria, Macedonia, Cile, Kosovo, Congo, Camerun. E non dimentichiamo che la Svizzera (e noi italiani qualcosa ne dovremmo sapere) è uno dei paesi storicamente più ostili all’immigrazione come dimostrano i ripetuti referendum a sfondo xenofobo, due dei quali negli anni ’60 e ’70 contro gli immigrati italiani. Ma la stessa Francia, la Germania, l’Inghilterra e l’Olanda di qualche anno fa hanno costruito le loro fortune su giocatori le cui origini non erano propriamente autoctone. Dunque visti i precedenti mondiali, in Russia se non altro non andremo a fare altre brutte figure. Si riuscirà a trasformare questa ennesima debacle del calcio azzurro, in occasione di riscatto? Certamente la fiammella di questa speranza è ancora flebile. Ma forse il bello del calcio e dello sport in genere, che è metafora della vita è che comunque c'è sempre una nuova partita per rialzarsi e tornare a vincere. Perché, non è forte chi non cade, ma chi cadendo ha la forza di rialzarsi sempre....
Forse è il caso di dirlo, il calcio italiano ha perso di vista il pallone. La nazionale è lo specchio del movimento £pallonaro" italiano, e non solo sportivo. Sui campi, così come in altri campi, come ad esempio la politica, manca il talento delle nuove generazioni, frutto di un percorso che si costruisce in anni e anni, grazie anche all’organizzazione. Si guardi alla Spagna, che da quando si è data un’organizzata ha saputo rendere vincente lo smisurato talento dei suoi giocatori, ma ultimamente anche il Belgio e la Svizzera si sono affacciati alla finestra del calcio che conta.
I giovani nostrani faticano sempre di più a trovare spazio nelle squadre infarcite di stranieri, alcuni dei quali non valgono che un piede dei nostri talenti, e gli allenatori sono timorosi di schierarli, in quanto, il calcio è diventato affari, merchandising e quello che conta è solo vincere. Ma se i giovani di talento non sono mai messi alla prova, difficilmente potranno crescere, anche nella personalità e nella leadership. Però forse, dovremmo imparare qualcosa dalla vicina Svizzera. Infatti, i rossocrociati eredi di Guglielmo Tell, ai mondiali di Svizzera ci andranno. Nello spareggio decisivo su quattordici giocatori schierati, nove erano stranieri (anche l’allenatore lo è), delle nazionalità più disparate, Nigeria, Macedonia, Cile, Kosovo, Congo, Camerun. E non dimentichiamo che la Svizzera (e noi italiani qualcosa ne dovremmo sapere) è uno dei paesi storicamente più ostili all’immigrazione come dimostrano i ripetuti referendum a sfondo xenofobo, due dei quali negli anni ’60 e ’70 contro gli immigrati italiani. Ma la stessa Francia, la Germania, l’Inghilterra e l’Olanda di qualche anno fa hanno costruito le loro fortune su giocatori le cui origini non erano propriamente autoctone. Dunque visti i precedenti mondiali, in Russia se non altro non andremo a fare altre brutte figure. Si riuscirà a trasformare questa ennesima debacle del calcio azzurro, in occasione di riscatto? Certamente la fiammella di questa speranza è ancora flebile. Ma forse il bello del calcio e dello sport in genere, che è metafora della vita è che comunque c'è sempre una nuova partita per rialzarsi e tornare a vincere. Perché, non è forte chi non cade, ma chi cadendo ha la forza di rialzarsi sempre....



